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giovedì 28 giugno 2012

La rivoluzione silenziosa: leggere come atto di ribellione.


di Pep Bruno.


Potrei dire che leggo per abitudine, poiché leggere è un’abitudine che si è radicata in me già da bambino e ho continuato a coltivarla per tutta la vita.

Potrei anche affermare che leggo per piacere: molte sono le pagine che mi fanno godere intensamente, molte delle quali mi donano un piacere indimenticabile.

Potrei anche dire che leggo per puro egoismo, perché leggere è un’esperienza profonda, intima, che alimenta e calma la mia sete.

In verità potrei dire tutto questo senza mentire: perché leggo per costume, leggo per piacere e per egoismo ma penso che il motivo ultimo della mia militanza in qualità di lettore ostinato sia che leggere, oggigiorno, è diventata un’attività rivoluzionaria. Leggere è una forma di ribellione, un fronte aperto contro il conformismo, una guerra di battaglie contro i giorni grigi e le notti fredde.

Leggere contro la velocità.

Viviamo in velocità, con il respiro corto, sempre di corsa e senza un istante per recuperare il fiato. Sono questi i giorni che ci sono capitati, dicono: giorni di frenesia; tessere e disfare; giorni di stanchezza cronica e velocità senza tregua.

Giorni in cui non c’è tempo per la sosta e la quiete: osservare come ingialliscono le foglie e cadono dagli alberi, vedere come il vento se le porta via, palpitare al cadere della sera, sedersi per strada e sentire come il freddo penetra nella pelle. Sentire, guardare, fermarsi. Contro il ritmo impetuoso dei giorni leggere si trasforma in un atto di ribellione: sedersi e aprire un libro significa fermare l’orologio, significa aprire la porta a un altro tempo, a altri giorni, a altre vite.

Leggere è un insolito atto di ribellione, un bastone tra le ruote degli ingranaggi incessanti, un missile nella rotta di navigazione dell’infinita cinta di distribuzione sotto i nostri piedi

Leggere vuol dire rompere lo specchio, farlo in mille pezzi e andare oltre.

Leggere contro il frastuono.

In quest’epoca non c’è spazio per il silenzio: il rumore alberga tra di noi. Frastuono per strada, frastuono nelle case, frastuono nei cuori; schermi che parlano, motori che suonano … non c’è un intervallo di silenzio tra il giorno e la notte, né tra la notte e il giorno.

Il frastuono continuo è permeato nella nostra testa, è arrivato come un trapano al centro di tutto e lì è diventato il ronzio di fondo, severo e ostinato. Ma c’è di più: il rumore che abbiamo ingoiato, mandato giù e assorbito adesso è dentro di noi e ormai viene riversato anche da noi.

 Il rumore è diventato il sovrano dei nostri giorni. Contro il frastuono incontenibile leggere diventa un atto di ribellione: sedersi e aprire un libro è mettere a tacere le voci stridenti, significa spezzare la continuità del trambusto, metterlo in un sacco e gettarlo in fondo a un pozzo  e permettere che riappaia di nuovo il silenzio. Aprire un libro è come stendersi su un prato tranquillo, terreno fertile per immaginare storie, per immaginare, per ascoltare e ascoltarci. Aprire un libro è riempire il mondo di silenzi, di quei silenzi imprescindibili  per l’emozione, per sentire che respiriamo, sentire che siamo.

Leggere contro il dogma.

Sono tempi di uniformi, sono tempi di globalizzazione (anche di noi stessi), sono tempi di involucri smaglianti e profonde superficialità. Sono tempi di poche domande e molti dogmi: questo è il mondo che ci è toccato di vivere. Questi sono i giorni che viviamo, epoca di gusti identici, di identici desideri e identici pensieri; sono i giorni in cui la fabbrica di idee partorisce slogan futili e accattivanti per alimentare le nostre bocche e riempire i nostri sogni di parole preconfezionate. Il desiderio, il nostro desiderio, è nelle mani del mercato e in questo teatrino noi siamo i burattini che si muovono come in un sogno. O in un incubo.                                                                                                                                 

La dottrina entra dagli occhi e dalle orecchie e si aggrappa nel profondo. Il mercato ci rende uguali, siamo carne di carta visa. Contro l’indottrinamento di successo leggere diventa un atto di ribellione: sedersi e aprire un libro significa alimentarsi di parole, meditare idee, discutere e riflettere, pensare, crescere e criticare. Ecco,  leggere è un enorme atto di ribellione che ci rende critici e anticonformista, differenti, interrogativi e inquieti … Leggere vuol dire rompere la fabbrica di ingranaggi identici, di identità manipolabili, di carne per il mercato; in particolar modo leggere i libri non alimentano il serbatoio di quel mercato

Addirittura si possono leggere libri presi gratuitamente in prestito nelle biblioteche pubbliche! Dove s’è vista un’azione così rivoluzionaria nel regno del consumismo e della globalizzazione!

Leggere contro l’inerzia.

Sono tempi incomprensibili, ci dicono. Succedono cose inevitabili, insistono. Non possiamo farci nulla, affermano. Intanto ci invitano a sederci e guardare i giorni che passano: resisti, sopporta, obbedisci, ancora un po’, resisti, sopporta, guarda la televisione … sei comunque tra i fortunati, ti ricordano. Resisti. Sopporta. Tranquillo, non muovere neppure un dito, neanche un battito di ciglia, che non si alteri l’universo, o si rompa l’equilibrio; lascia che la diga si apra e fatti trascinare dalla corrente fino alla fine.

Contro la quiete mortificante leggere un libro diventa un atto di ribellione: prendere un libro attiva la muscolatura, attiva l’occhio e il cervello, attiva la volontà di essere partecipe, la responsabilità, il coinvolgimento di chi legge. Il libro esige dal lettore, gli chiede “Taci!”, chiede “ascolta”, chiede “presta attenzione!”… e il lettore partecipa e si fa responsabile di quello che succede durante questo momento di lettura. Essere responsabili e protagonisti di ciò che ci accade è, senza dubbio alcuno, la più grande di tutte le forme di ribellione che si possono attribuire al libro.

Sì, potrei dire che leggo per abitudine, che leggo per piacere, che leggo per egoismo. Ma sono sempre più convinto che leggo perché appartengo alla Resistenza, perché sono un ribelle. Penso che ci sono molte cose ancora che devono cambiare. Con un libro in mano sono pericoloso: penso, sogno, pongo domande, sono responsabile, vivo il tempo … inizio la rivoluzione silenziosa che farà un altro mondo migliore.

E’ certo.



l'articolo originale si trova qui  http://pepbruno.com/
pubblicato anche su http://www.bicizen.it

Traduzione a cura di Simona Fiscale

lunedì 28 novembre 2011

Grazie alla rivolta sociale l’Islanda triplicherà la crescita nel 2012.


E’ riuscito a mettere fine a un governo. Ha condotto i responsabili della crisi finanziaria al carcere. Ha iniziato a redigere una nuova Costituzione fatta da loro e per loro. Grazie alla mobilitazione sarà il paese più prospero di un Occidente sottomesso a una grave crisi debitoria.  Si tratta del popolo islandese, la cui rivolta nel 2008 fu posta sotto silenzio nel resto d’Europa per timore che altri ne seguissero l’esempio. In ogni caso ci riuscirono. Grazie alle forze di un’intera nazione quella che era iniziata come il risultato di una crisi si è poi tramutata in un’opportunità osservata con interesse dai movimenti “altro mondisti” che l’hanno eletta a modello pratico da seguire.

“In Positivo” considera che la storia dell’Islanda sia una delle migliori notizie per i tempi che corrono, soprattutto dopo aver appreso che, secondo le previsioni della Commissione Europea, questo paese del nord Atlantico chiuderà il 2011 con una crescita del 2,1% e che nel 2012 questa crescita sarà dell’1,5%, una cifra che supera di tre volte quella dei paesi dell’eurozona. La tendenza positiva dovrebbe continuare anche nel 2013, per il cui periodo si prevede che la crescita raggiunga il 2,7%.
Tuttavia secondo gli analisti l’economia islandese continua a mostrare segni di squilibrio e l’incertezza è ancora presente nei mercati. In ogni caso il debito pubblico ha iniziato a diminuire in modo incisivo e si iniziano a produrre nuovi posti di lavoro.

Questo piccolo paese della periferia artica ha rifiutato il salvataggio delle banche, anzi le ha lasciate crollare (N.d.T sono state nazionalizzate) e ha sottoposto a giudizio chi aveva provocato certi eccessi e abusi finanziari.

La rivoluzione islandese non ha prodotto vittime al di fuori di politici e finanzieri; non una goccia di sangue è stata versata.  Non ha avuto lo stesso richiamo della Primavera Araba e non ha neppure lasciato traccia di sé tra i media, che hanno invece preferito ignorarla, eppure ha raggiunto il suo scopo in nodo limpido ed esemplare.

Oggi come oggi il suo cammino può essere l’esempio per gli Indignados spagnoli, per i movimenti di Occupy Wall Street e per quelli che in tutto il mondo esigono giustizia sociale e giustizia economica.


Nel video che segue uno dei promotori della rivoluzione islandese invia un messaggio di sostegno agli Indignados spagnoli.
http://youtu.be/0FR4Mj0WdY4


Fonte articolo originale http://enpositivo.com/2011/11/la-revolucion-islandesa-consigue-triplicar-el-crecimiento-del-pais/
Traduzione a cura di Simona Fiscale